Revision 1 as of 2020-07-22 08:50:35

Clear message

RIFLESSIONI SU SCIENZA E FEDE

(Volterra, 30 novembre 1993)

1 – La tesi della separazione

Nel 1615 Galileo così scriveva a Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana, riprendendo un'espressione del Baronio: “L'intenzione dello Spirito Santo è di insegnarci come si vadi al cielo e non come vadi il cielo”. In questo celebre passo, Galileo difende una tesi che potremmo dire di separazione fra il campo della religione e quello della scienza. Persino l'uso della parola cielo con due significati ben diversi ha lo scopo di metterci in guardia, con un ben calcolato effetto retorico, come per dirci di stare attenti perché i due campi - quello della scienza e quello della fede - sono ben separati e può accadere che uno stesso termine assuma nei due campi significati del tutto estranei fra loro. Ho cominciato con questa citazione perché non c'è dubbio che la tesi di “prima approssimazione” nel tema dei rapporti tra scienza e fede è quella separazione, cioè del riconoscimento di due campi distinti, di due linguaggi diversi. Questa tesi, schematicamente, non differisce molto da altre tesi analoghe sulla legittima autonomia di altre realtà umane; tutte tesi che oggi ci appaiono quasi ovvie e che pure sono state contrassegnate da lotte, da sofferenze, da incomprensioni.

La costituzione conciliare aperte “Gaudium et spes” afferma la legittima autonomia della cultura e della scienza (par. 56), sottolineando anche il carattere ambivalente della scienza, per cui essa può essere grandemente favorevole all'uomo, ma può anche portare grave danno qualora diventi totalizzante (par. 60).

Possiamo aggiungere altre considerazioni a rafforzo della tesi della separazione. Anzitutto, il cristianesimo è lontanissimo dall'essere una religione della scienza: e ciò, si noti, persino nel caso in cui si tratti di scienza religiosa. Innumerevoli testi religiosi sono pieni di affermazioni come ‘scienzia inflat’.

Insomma, sappiamo che sulla via della fede la solita vecchina analfabeta può percorrere molta più strada del filosofo e dello scienziato, ed anche teologo.

Questa tesi della separazione è suggerita anche dalla consapevolezza storica; ho cominciato citando Galileo, e non c'è bisogno di sottolineare i disastri provocati dall’ingerenza dei teologi in un discorso che (a ben vedere, ed anche un po' con il senno di poi) non poteva avere alcuna correlazione con le verità della fede.

Questa tesi della separazione, che avrebbe potuto risparmiare alla Chiesa il tragico conflitto iniziale con la scienza, fu poi adottata successivamente, almeno in pratica; alludo soprattutto al momento in cui, nella seconda metà del secolo scorso, si diffusero le tesi di Darwin sull'origine della specie e sull'evoluzione, tesi che ben maggiore incidenza avevano sull'uomo e sull'interpretazione della Bibbia che non le tesi del tutto innocue di Copernico. La teoria dell'evoluzione, negli ambienti cattolici, non fu condannata frontalmente; non mi risulta che ci siano state scomuniche: tutt’al più fu trattata come teoria sospetta o come teoria tendenziosa, che dice solo una parte della verità. Ma di questo parleremo poi.

Ma, quali che siano i meriti della tesi della separazione, penso che essa non ci dia una risposta soddisfacente, se non come estrema linea difensiva in casi estremi, e che essa, benché abbia un nucleo di verità, rischi di farci perdere molta della ricchezza della verità. Ci sono poi considerazioni, che potremmo dire esistenziali, che ci spingono ad ammettere un'interazione più profonda fra scienza e fede. Ciascun uomo deve raggiungere una sintesi di conoscenza armonica, pur nella sua provvisorietà: non vi può essere una conoscenza schizofrenica. Un'altra ragione che rende necessaria un'interazione fra scienza e religione sta nel fatto che la scienza è divenuta un fenomeno storico di portata immensa: la scienza ha cambiato l'uomo e la sua mentalità. L'incidenza del fattore religioso sulla scienza, e viceversa, della scienza sulla religione sono talmente grandi che non si può fare a meno di prenderla in esame. L'analisi epistemologica di questi ultimi decenni ha messo poi in evidenza che la scienza non è mai un fattore isolato, anche se i suoi risultati finali sono espressi in un linguaggio freddo ed impersonale. Anzi, oggi sembra che la scienza interessi soprattutto quel crogiolo così misterioso, così - diciamolo pure - irrazionale da cui escono le idee nuove.

2 - Uno sguardo sulla storia

Cominciamo da una breve analisi storica. Le cose che dirò sono risapute, tuttavia non hanno sempre la consapevole attenzione che meritano. La scienza (lasciatemi dire scienza senza aggettivi) ha inizio nel secolo XVII. Non voglio affatto negare l'importanza della matematica greca e della filosofia naturale di Aristotele. Gli storici più recenti hanno poi sottolineato le anticipazioni medioevali della scienza moderna, come quelle dei meccanici parigini del ‘300. Non si deve neppure dimenticare che durante il ‘500 vengono tradotti e commentati i matematici greci.

Ma quello che succede nel ‘600 è talmente nuovo e rapido da lasciarci stupiti. All'inizio del secolo gli strumenti che la matematica possiede si riducono sostanzialmente alle proporzioni, eredità dei greci, e agli studi di Archimede sul metodo di esaustione (la parte più “moderna” del metodo di Archimede non è nota allora e verrà riscoperta solo all'inizio di questo secolo, col ritrovamento fortunoso di un papiro). Alla fine del secolo, avremo già le funzioni, le equazioni differenziali e la nuova meccanica celeste già ben elaborata; inoltre, il calcolo delle probabilità con un embrione della statistica; le scienze naturali già saldamente impostate sul metodo sperimentale. I naturalisti osservano, come se d'improvviso fossero loro cadute le bende dagli occhi, i resti fossili, testimoni delle vicende di un remotissimo passato (penso al vescovo Nicola Stenone, alle sue osservazioni ed esperienze proprio in queste colline toscane; egli nota che i resti fossili, sotto l'azione del fuoco, lasciano residui del tutto simili a quelli delle ossa degli animali attuali).

Nel secolo successivo la meccanica, con il supporto poderoso dell'analisi infinitesimale, continua ad essere la scienza di punta. Essa fornisce a tutte le scienze lo schema teorico fondamentale, che si può riassumere in questi due punti:

a) ogni sistema reale si può ricondurre ad uno schema meccanico

b) l'evoluzione di ogni sistema meccanico, note le posizioni iniziali e le velocità delle sue particelle, è determinato nel futuro, in base alle leggi della meccanica scoperte da Newton.

L’esponente più significativo di questo indirizzo è il marchese Pierre Simon de Laplace, vissuto tra la fine del ‘700 e l'inizio dell’‘800; si racconta che Napoleone, a cui egli aveva aveva presentato una sua opera, gli obiettasse “In queste pagine voi non avete mai parlato di Dio”. Infatti, a Napoleone, che era piuttosto colto nelle scienze, non sfuggiva che i fondatori della nuova scienza (Kepler, Galileo, Pascal, Cartesio, Leibniz, Newton,..) si erano sempre dichiarati religiosi, anzi consideravano il lavoro dello scienziato come rivolto ad illustrare più chiaramente la bellezza del creato; la risposta di Laplace fu “Sire, non ho avuto bisogno di questa ipotesi”.

Nel secolo XIX, continuando l'indirizzo del secolo precedente, si impiantano i vari settori della fisica: la termodinamica, l’elettrologia, ecc.; l’elettrologia, nel suo pieno sviluppo, alla fine del secolo scorso, forzerà un poco il quadro della meccanica classica, conducendo alla meccanica relativistica, ma in ciò il quadro deterministico non verrà a cambiare. Non c'è bisogno di sottolineare come questo quadro, portato alle estreme conseguenze, sbocchi in un materialismo che non dà respiro e che non soffre eccezioni; nel quadro di Laplace, non solo Dio è un'ipotesi non necessaria (questo rientrerebbe ancora nel quadro di una tesi di “separazione”, nel senso che abbiamo detto), ma non c'è più spazio né per Dio, né per la libertà dell'uomo. La convinzione dominante per tutto il secolo scorso è che dove la scienza non è ancora arrivata, arriverà, portando anche nello studio dei processi mentali, economici, sociali il “credo” deterministico, che esclude categorie spirituali e riduce tutto ciò che esiste ad una colossale macchina.

Ma con l'inizio di questo secolo comincia nella fisica una vera rivoluzione, che si completa negli “anni venti” con la fondazione della meccanica quantistica: il mondo fisico su scala microscopica viene riconosciuto come indeterministico: l'esito futuro di un processo che avvenga alla scala atomica non può essere predetto con certezza, ma solo con una ben calcolabile probabilità. Da notare: non si tratta di un mondo deterministico che a noi appaia come indeterminato, ma si tratta proprio di un mondo intrinsecamente indeterministico (sono state fatte importanti esperienze che hanno portato a questa conclusione). L'apparente determinismo delle leggi macroscopiche è dovuto al fatto che in essa interviene un enorme numero di processi elementari e la legge dei grandi numeri trasforma la probabilità in certezza pratica. Inoltre il principio di indeterminazione toglie la possibilità di osservare simultaneamente la posizione è la velocità di una particella. Insomma, il quadro deterministico di Laplace è crollato. Della meccanica quantistica si possono dare interpretazioni filosofiche di vario tipo, su cui non sono in grado di pronunciarmi. C'è chi vede in questo campo che si trova al di là del prevedibile una zona in cui la decisione libera dell'uomo può agire sulla realtà. Non ho, lo ripeto, competenza per assumere una posizione, ma una cosa è certa: con la meccanica quantistica l'assedio del determinismo è rotto.

Mi viene spontanea a questo punto un osservazione che mi pare importante, anche se interrompe per un po' il filo delle vicende che sto raccontando. Voglio dire: non è affatto detto che un paradigma scientifico superato sia privo di richiamo e efficacia. Così mi pare che quella mentalità deterministica e materialistica che nel secolo scorso era propria degli scienziati sia ora ampiamente presente e diffusa nella coscienza popolare. Nei paesi comunisti queste idee materialistiche sono state propagandate capillarmente e c'è da temere che, nella gente, sopravvivano lungamente al comunismo stesso. Ma anche nella nostra terra esse sono forse ben radicate e occorre tenerne ben conto, in particolare, nella catechesi.

Passiamo brevemente ad uno sguardo storico sulla matematica; in tutto questo periodo - voglio dire dalla scoperta del calcolo infinitesimale fino ad oggi- la matematica ha continuamente elaborato nuovi schemi concettuali e formali per le scienze. Questo è ben noto; forse sono meno noti i progressi stupendi che la matematica ha compiuto nel suo interno. Citerò quello che mi sembra importante più di ogni altro: con Giorgio Cantor, alla fine del secolo scorso, viene introdotto in matematica l' infinito attuale, cioè la possibilità di trattare in modo coerente gli insiemi attualmente infiniti, in luogo delle collettività potenzialmente infinite. Con Cantor l'infinito non è più una zona infida da evitare, come era per i greci, ma è un campo che rientra nella ricerca matematica: ci sono più livelli di infinito, con essi si può conferire una potenza tutta nuova al pensiero matematico. Quanto fossero in contro-tendenza le tesi di Cantor rispetto alla scienza positivistica del suo tempo è evidente (Cantor fu tanto bersagliato da critiche, da finire in un grave ed irreversibile stato di depressione). Qui è importante segnalare un aspetto: indubbiamente la teoria di Cantor ci porta fuori dei riscontri reali, giacché nessuna esperienza reale può avere come risposta l'infinito; eppure, questa matematica che si sviluppa giocando con l'infinito è dotata di una straordinaria efficacia nel descrivere il mondo reale! Questa tesi della incredibile efficacia della matematica è uno degli aspetti più interessanti della epistemologia degli ultimi decenni. Essa costituisce la forma più palpabile di quel principio di razionalità del reale che sta alla base, implicitamente, di ogni ricerca scientifica sulla realtà. Tutto ciò, indubbiamente, fa pensare<nowiki>; le soluzioni filosofiche che si possono dare - </nowiki>da un accentuato platonismo per cui si attribuisce una sorta di realtà anche agli enti matematici più astratti ad un pragmatismo scientifico che cancella il problema - non sono molto soddisfacenti: rimane, in chi ha consuetudine di riflessione su questi temi, un senso di profonda meraviglia e, nello stesso tempo, un’accresciuta audacia nel proporre alla natura delle domande suggerite dal formalismo matematico più astratto, da criteri di armonia e di completezza.

Veniamo alla Biologia, anche se personalmente non ne so quasi nulla: ma è forse il campo più sorprendente e più esplosivo della scienza di oggi; non mi occuperò peraltro degli aspetti etici, a cui oggi si pensa con maggiore attenzione e preoccupazione, ma degli aspetti cognitivi. Anche la Biologia ha il suo esordio come scienza moderna nel XVII secolo, con scoperte di grande valore (impossibilità della generazione spontanea, circolazione sanguigna, ecc…); ma, in quel momento storico, la Biologia, se afferra pienamente la portata del metodo sperimentale, non può, data la complessità e la variabilità dei suoi fenomeni, darsi una struttura teorico-matematica come la Meccanica o la Fisica. Rimane ancora a livello descrittivo, ma intanto compie un formidabile accumulo di dati. La teoria dell'evoluzione penso possa essere vista come la grande sintesi di questa fase: l'unitarietà della vita appare con Darwin in un grandioso quadro storico. Però, d'altra parte, nelle leggi con cui Darwin pensa di spiegare l'evoluzione, l'influenza del meccanicismo è ben evidente (principio di mutazione casuale, selezione, adattamento). La discussione è molto forte anche oggi: per molti scienziati questi principi del darwinismo possono spiegare piccoli aspetti dell'evoluzione, ma non le grandi trasformazioni.

La prima grande costruzione teorica della Biologia (teorica nel senso che questo termine ha nel settore fisico-matematico) è quella dell'abate Gregori Mendel intorno al 1860: le leggi dell'ereditarietà scoperte da Mendel hanno una formulazione matematica molto semplice (c'è solo un po' di aritmetica) ma compare un elemento nuovo: la probabilità, quella probabilità che Pascal aveva introdotto come una curiosità sui giochi d'azzardo. Non c'è bisogno di sottolineare la continuità che legga le scoperte di Mendel (del tutto trascurate per un lungo periodo) con la scoperta del DNA e della sua doppia elica, di Crick e Watson (1953). Con questa scoperta la vita si presenta con una profonda unità di struttura: il codice è lo stesso per ogni vivente, sono le quattro famose basi azotate che creano le parole della vita. Sono scoperte di cui forse non abbiamo ancora recepito tutta la portata: l'uomo è, biblicamente, il re del Creato, ma fa parte del creato; il cervello umano è il vertice della creazione, tuttavia l'uomo, con il nascere e il morire, condivide il destino di ogni vivente.

3 – Scienza e contemplazione

Non c’è dubbio allora che la scienza ha, di fatto, un grosso impatto sulla religione. Naturalmente, la tesi della separazione ci mette in guardia: non vi è contiguità di linguaggio fra un piano e l'altro è vi è un’evidente impossibilità di utilizzare proposizioni proprie di un campo nell'altro: di ricavare cioè da testi religiosi affermazioni scientifiche e neppure, in senso contrario, da enunciati scientifici affermazioni di carattere religioso. Ad esempio, sarebbe scorretto trasformare alla lettera un'affermazione come quella dell'origine dell'universo accettata dalla maggior parte degli astrofisici di oggi (la teoria, cioè, nota con il nome popolare del Big bang) in un’affermazione sulla creazione dell'universo da parte di Dio; anche quando la tesi scientifica fosse del tutto certa - cosa per cui è lecito avere sempre dei dubbi - ci sarebbe pur sempre un salto per arrivare alla fede nella creazione. L'accettazione di Dio è un atto sintetico, di sintesi cognitiva e di impegno di tutto l'uomo. Riconoscere Dio come creatore è pur sempre un atto di fede che va al di là della conoscenza empirica.

Tuttavia la nostra ammirata contemplazione del mondo è ordinariamente la via più comune per risalire al Creatore. “I cieli narrano la gloria di Dio è l'opera delle sue mani annuncia il firmamento” dice un bellissimo e citatissimo salmo; e prosegue “non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono”. A me sembra che la scienza amplifichi enormemente questa occasione di contemplazione. Proponendo questo tipo di contemplazione, un collega parlava della ricerca del “dorso di Dio” in contrapposizione alla ricerca del “volto di Dio”.

Questo discorso è forse complesso: per gli uomini di un tempo, l'ammirazione degli spettacoli della natura era una profonda emozione che noi rischiamo di perdere, abituati come siamo alle spiegazioni della scienza; in compenso, la scienza ci fornisce continuamente nuovi esempi di fatti naturali che ci lasciano stupiti e quasi increduli e che certamente aumentano, anziché diminuire, la meraviglia spontanea che si prova di fronte agli spettacoli della natura. Parlavo prima del DNA; le scoperte che si fanno continuamente in questo campo sono stupende: attraverso quali meccanismi - in gran parte ancora ignoti - la doppia elica si apre o per replicarsi o per consentire la fabbricazione di certi amminoacidi ecc… E, d'altra parte, come questo mondo della vita sia sospeso ad un filo: come una piccolissima variazione delle costanti ambientali produrrebbe la soppressione di questo eccezionale fenomeno che è la vita.

Ma non è solo la conoscenza di fatti nuovi e stupendi che alimenta l' istinto religioso in chi si accosta la scienza con lo spirito della ricerca di una verità totale. Un fatto importante è che la scienza, pure allargando in modo incredibile il campo della conoscenza, non solo non rimuove il mistero, ma lo avverte sempre più intensamente e lo chiama in causa. Le Scienze più antiche, in particolare la matematica e la fisica, sono state portate, dal loro stesso sviluppo, a debordare dal loro quadro concettuale iniziale. In matematica gli studi logici di questo secolo e, in particolare, il teorema di Gödel, hanno mostrato l'impossibilità - se non in settori estremamente limitati - di ottenere dei campi di pensiero per così dire, chiusi, nel senso di contenere la loro stessa descrizione e la loro prova di coerenza. Abbiamo anche parlato della inspiegabile e perciò misteriosa efficacia della matematica nell’interpretare la natura. Sembra che la scienza ci possa portare verso Dio sia nella luce che nel mistero: nella luce che manifesta le opere di Dio e nel mistero in cui Dio rimane ineffabilmente nascosto. C'è quindi ampia sollecitazione per una riflessione teologica sulla scienza, dal momento che la stessa scienza sembra sollecitarla. Sia detto tra parentesi: non tutti i catechismi cattolici valorizzano questo primo passo: mi sembra però che il recente Catechismo, con la riflessione su Dio creatore, rimetta le cose a posto.

Il riconoscimento di Dio Creatore non è l'unica via - dal momento che Dio, se vuole, può anche mostrare agli uomini il suo volto - ma certamente una via ordinaria per andare a lui. Nella Lettera ai Romani, Paolo, rivolgendosi ai pagani, dice che “… ciò che è noto di Dio è a loro manifesto, giacché Dio lo diede loro a conoscere. Le sue invisibili perfezioni, la sua eterna potenza e la sua divinità appaiono fin dalla creazione del mondo, offerte alla considerazione per mezzo delle sue opere. E così essi non hanno scuse...” (Rm 1,19-20).

Vorrei accostare questo brano ad uno della Sapienza (Sap 13,1-2): “...stolti infatti per natura sono tutti gli uomini che ignorano Dio e dai beni visibili non hanno saputo conoscere colui che è: anzi, pur mirando le sue opere, non ne riconobbero l'artefice, ma credettero dei, e governatori del mondo, il fuoco, o il vento, o l'aria leggera, o il firmamento stellato, o le acque violente, o i luminari del cielo...” L'autore sacro sembra oscillare fra l’indulgenza e la condanna, giacché subito dopo dice (Sap 13,6): “Tuttavia a costoro non va grande rimprovero perché si ingannano mentre cercano sinceramente Dio e vorrebbero trovarlo. Ma, occupati nell'investigazione delle sue opere, si lasciano ingannare dalla loro bellezza. Tuttavia essi non sono scusabili perché, se ebbero capacità di acquistare tanta scienza e sono capaci di scrutare l'universo, come non hanno più facilmente trovato il Signore di esso?”

4 – Le difficoltà del credente

Penso che, nello sforzo di raggiungere un utilità concreta, questa mia esposizione debba considerare anche l'incidenza della scienza sull'atteggiamento che l'uomo di oggi ha riguardo alla fede e alla religione. Intendo battermi contro una deformazione e strumentalizzazione della scienza in senso anti-religioso, che non è rara oggi. Questo mio discorso avrà toni un po' apologetici, ma non me ne dispiace, anzi penso che oggi, per un falso irenismo o per la sopravvalutazione della prassi, si rischia di lasciare troppo campo libero a teorie che finiscono per soffocare la fede. Ho accennato prima alle ampie impronte di materialismo lasciate da certa scienza. Ora vorrei parlare un poco di come è spesso presentata la biologia, che è senza dubbio la scienza che oggi sollecita maggiori interessi. È interessante e quasi divertente analizzare il linguaggio dei biologi quando parlano dei risultati della loro scienza. Il loro linguaggio è ricco di espressioni finalistiche. Ci dicono che l'evoluzione avviene in un certo modo perché la vita cerca nuovi spazi e vuole risolvere nuovi problemi, quasi che i viventi fossero consapevoli di un piano che essi devono realizzare con la loro evoluzione. Il finalismo sembra essere la grande chiave per arrivare alla scoperta dei segreti della vita. Ma quando si tratta di formulare una teoria scientifica spesso questa idea propulsiva viene dimenticata e si finge di ritenere che basti lo schema darwiniano di mutazione casuale e selezione per spiegare il divenire della vita. La scienza non potrà certo rivelare direttamente la mano di Dio, lo abbiamo già fermato ripetutamente, ma essa potrà mostrare all'uomo i fatti da cui egli trarrà le proprie conclusioni.

E’ curioso invece come certi autori (si può citare ad esempio il Monod, con il suo diffusissimo saggio “Il caso e la necessità”), pur dopo aver esposto fedelmente le meraviglie senza limiti del creato, si facciano premura di impedire che il lettore proceda da sé traendo le legittime conclusioni. Essi invocano qualche altra divinità che sostituisce il Dio della religione: può essere l'“insieme delle leggi costitutive dell'universo” o, più frequentemente, il caso, la vera divinità che si adora. Quando si parla scientificamente di caso occorrerebbe in primo luogo delimitare il campo del possibile, in cui reale ha preso consistenza. Al contrario, spesso ci si guarda bene, ad esempio, dal fare un calcolo del tempo enorme che richiederebbe il sorgere della vita dal puro caso, tempo di fronte al quale i pochi miliardi di anni trascorsi dal primo sorgere della vita sono certamente un'inezia. Insomma, mi pare di poter affermare che c'è un modo di considerare il caso che è strutturalmente antiscientifico perché finge di dare una risposta (il caso, appunto) mentre la risposta non c'è; e questo è un vero modo di sopprimere il problema.

Mi pare che si possa fare, rovesciandola, la stessa critica che al tempo si faceva al credente: a torto o a ragione, si diceva che il credente si accontentava di assumere come spiegazione scientifica un atto di fede “Questo l'ha fatto il buon Dio” e tanto bastava... Oggi spesso di si dice “Questo l'ha fatto il caso”, e ci si accontenta.

Talvolta l'argomentazione raggiunge la vera truffa. Così è nel libro di Dawkins “L'orologiaio cieco”<nowiki>; questo autore, che pure è un brillante divulgatore di scienza, si sente impegnato a demolire quell’argomento di buon senso che abbiamo sentito tante volte enunciare: </nowiki>“Non è possibile che, battendo a caso e tasti di una macchina da scrivere, ad un certo punto capiti una sequenza di lettere che coincide con la Divina Commedia” o, più esattamente, questo evento si verificherà con certezza, ma in un tempo così spaventosamente grande da porsi al di fuori di ogni compatibilità con i dati della scienza. Il nostro autore, essendo anglosassone, non parla della Divina Commedia, ma di due versi di Shakespeare e afferma di avere facilmente riprodotto al calcolatore questi due versi, con prove casuali ripetute. Ma sentite come sono state fatte queste prove: i versi di Shakespeare erano stati memorizzati nel calcolatore e il programma era congegnato in modo che le scelte casuali venivano accettate se erano conformi al testo, respinte se erano diverse: l'Autore sorvola, come un prestigiatore, sul fatto che il calcolatore era stato reso dotto, avendo ricevuto nella sua memoria il prezioso messaggio! Vorrei fare un paragone: supponiamo che nel deserto egiziano l'azione del vento faccia emergere dalla sabbia una bellissima statua ellenistica rimasta nascosta per duemila anni: per il nostro autore il vento sarebbe l'autore del capolavoro.

Non ci si può stupire troppo che, fra tutti i settori della scienza, la Biologia sia quello in cui l'influsso dell'ideologia si fa maggiormente sentire. Ad esempio, l'autore appena citato fa uso del termine creazionista per bollare i fissisti, cioè coloro che ritengono le specie immutabili e sono perciò contrari ad ogni forma di evoluzione. Noi sappiamo bene che la creazione è del tutto compatibile con l'evoluzione, dal momento che Dio si serve delle cause seconde e l'evento creatore non implica una simultaneità della creazione e neppure una fissità di quanto è stato creato; semmai, il racconto biblico, con il succedersi degli atti della creazione nei vari “giorni”, fa piuttosto pensare al contrario. Questo termine di creazionista usato come sinonimo di antiscientista ed ignorante mi fa venire in mente l'autore delle “Lettere di Berlicche”, l'anglicano Lewis, quando dice che nell'inferno c'è un ufficio filologico dove si producono le parole che hanno il compito di ingannare.

Nel valutare l'incidenza della scienza sulla fede, nella concreta situazione culturale di oggi, penso che la difficoltà non venga tanto dall'accettazione di Dio Creatore quanto dalla simultanea esperienza del problema del male. Il conflitto vero si genera quando accanto all'esperienza della perfezione del Creatore si prende coscienza del dolore, delle incongruenze, della morte. In particolare, la morte viene avvertita, sul piano della conoscenza, come una necessità biologica di ogni vivente, anzi di una opportunità della natura per far posto ad altri esseri, nell'indefinito divenire della vita; la maggiore sensazione che ha l'uomo di oggi di essere elemento della natura rende più evidente questa necessità. Ma, nello stesso tempo, l'uomo che ha imparato a dominare la natura e a superare ogni barriera che gli è stata imposta avverte in modo ancora più tragico, e quasi con il senso di un'ingiustizia, il peso incombente della morte. Insomma, può esservi oggi un ateismo diffuso che ha le sue origini inconsce non tanto in un radicale rifiuto di Dio quanto in una inconciliabilità di Dio Creatore con Dio Padre. Pascal sentiva già questo contrasto quando contrapponeva al dio dei saggi del suo tempo il Dio di Abramo di Isacco, di Giacobbe. Al contrario, la religiosità di Einstein - che pure sentii più volte citare dai predicatori tanti anni fa - mi dice ben poco: un Dio infinitamente sapiente che tutto ha predisposto, un Dio che non gioca ai dadi (secondo una celebre espressione proprio di Einstein) ma che perderebbe la sua dignità se si occupasse dei problemi di un piccolo essere effimero come sono io.

Sono difficoltà che ogni credente incontra e che esigono forse nuove riflessioni sul peccato originale. Comunque, si dovrà fare sempre appello alla fede. Mi è accaduto, nel mettere assieme questi pensieri, di riflettere al finale del libro di Giobbe. Dio, dopo essere stato chiamato in causa tanto dalle sofferenze di Giobbe quanto dai suoi presuntuosi amici, fa - diciamo così - un autodifesa facendo appello alla sua perfezione di Creatore: partendo da questa chiede all'uomo di avere fiducia in lui anche dove sembra che regni l'irrazionalità. Il discorso di Dio è lungo e tira in ballo tutte le conoscenze della natura che gli uomini di quell'epoca potevano avere. La parte più ampia è dedicata ad una galleria di animali che comprende il cervo, l'onagro, il bufalo, lo struzzo, il cavallo, l'aquila, l'ippopotamo, il coccodrillo; questo imprevedibile discorso di Dio ha toni di finissimo umorismo. Oggi Dio potrebbe ricordarci le equazioni della meccanica quantistica, il DNA; ma potrebbe anche aggiungere che persino il mistero degli interi naturali è noto solo a lui. È vero che per noi cristiani c'è uno di cui Giobbe è solo figura: è il Signore Gesù che ha sofferto in croce e che è risorto: dobbiamo ricordare una frase del prologo del Vangelo di Giovanni che lo riguarda è che viene forse poco meditata: "Nulla senza di lui è stato fatto di ciò che è stato fatto".

Solo nel Signore Gesù gli opposti si riconciliano.

5 – La scienza nel mistero della storia

Per concludere, vorrei ritornare ad una prospettiva storica e sociale sulla scienza. Personalmente, sono sempre stato un entusiasta della scienza e, in particolare, della matematica, che è il mio campo di lavoro. Tuttavia per molti anni ho ritenuto che, in fondo, la scienza lasciasse invariati tutti gli aspetti della vita e della storia. Insomma, avevo la convinzione che la scienza fosse un bellissimo gioco, che si poteva però giocare “a parte”. Dalla mia formazione classica mi veniva spontanea l'idea di un mondo che rimane sostanzialmente inalterato, procede per “corsi e ricorsi” che sembrano introdurre cambiamenti, ma, in realtà, riconducono tutto al punto di partenza. Certamente, mi aveva fatto impressione lo scoppio della prima bomba atomica, avvenuto quando avevo venti anni, ma non mi pareva allora che questa scoperta potesse mutare in modo sostanziale il quadro della vita umana. Solo in questi ultimi anni mi sono reso conto di come sia cambiato il mondo sotto l'azione della scienza e della sua diretta conseguenza che è la tecnologia. Sono passati meno di quattro secoli da quando la scienza moderna, come abbiamo ricordato sopra, è sorta in quello straordinario secolo XVII che è giustamente tanto caro agli studiosi di storia della scienza.

Anche nella consapevolezza storica e nella storiografia si è ritenuto a lungo che il mondo fosse quello di prima, salvo invenzioni e innovazioni tecnologiche che si potevano ritenere superficiali e che, del resto, avevano avuto origine anche in epoche anteriori. Ma oggi l'immagine inconscia o consapevole che abbiamo del divenire del mondo è profondamente cambiata. Per inciso: mi ha molto impressionato il modo con cui è caduto il comunismo. Voglio dire: non il fatto che sia caduto, perché da quando esiste l'umanità gli imperi sono sorti e tramontati, ma il modo e la rapidità con cui questo è accaduto. Il fatto che una contesa come quella fra il comunismo e il mondo occidentale si sia decisa senza ricorso alla forza ma quasi come una partita a scacchi in cui uno dei due contendenti rinuncia a proseguire il gioco quando ha ancora molti pezzi sulla scacchiera, dimostra forse che il mondo oggi ha raggiunto, pur con vistose eccezioni, una nuova razionalità, di cui la scienza è certamente un fattore importante.

Ho accennato prima ad un modello molto noto e volgarizzato nella scienza di oggi che si presta bene come metafora per rappresentare lo sviluppo della scienza stessa e del mondo: il modello cosmologico del “Big bang”, con la successiva evoluzione verso l'ignoto, senza ritorni. A parte il carattere più o meno definitivo del modello, è questa impossibilità di ritorno che distingue l'evoluzione della scienza dei modelli stazionari o ciclici. Per quanto ciò possa sembrare lapalissiano, è la conoscenza che assicura l'irreversibilità dell'evoluzione umana. Quando abbiamo conosciuto qualcosa, non possiamo più fare come se non l'avessimo conosciuta. Faccio un esempio che traggo dalla mia modesta attività nel campo della didattica della matematica: un tema su cui insisto continuamente riguarda ciò che il calcolatore ci insegna e il modo con cui cambia il senso del fare matematica per il fatto stesso che esso esiste, anche senza che lo impieghiamo: certe attività di calcolo che un tempo erano significative perdono importanza per il fatto che sappiamo che le potremmo eseguire con il calcolatore.

Vorrei dire, anche se mi sento un po' spericolato, che anche il Cristianesimo ha un suo modello di evoluzione con una “freccia del tempo” ben evidente, da una Α a Ω: questo accostamento dei due modelli - quello dello sviluppo umano è quello della redenzione - è stato messo in evidenza in modo suggestivo da Teillard de Chardin.

Possiamo dire che è stato il Cristianesimo ad imprimere il suo modello alla scienza? Ci sono stati autori che hanno approfondito questa tesi, partendo dalla constatazione che la scienza è sorta in un ambiente tipicamente cristiano, mentre vi erano altre società, come quella cinese, che erano certamente - almeno nel medioevo - tecnologicamente più progredite. È stato messo in evidenza che in una concezione giudaico-cristiana la natura non ha una sua sacralità propria, come aveva nel mondo pagano (e come sembra riavere per gli ecologisti più spinti di oggi) e, d'altra parte, l'uomo ha da Dio un mandato che lo autorizza a conoscere e a dominare la natura, anche se non deve tiranneggiarla.

Passo ora a considerare alcune conseguenze indirette dell’“effetto scienza” su scala mondiale. Mi pare importante notare che nel campo della scienza il mondo sta diventando un sistema unico; nessun'altra espressione umana ha mai raggiunto il livello di universalità della scienza: nemmeno l'arte che, malgrado il suo messaggio universale, ha più risentito della particolarità delle lingue e delle tradizioni. Questa universalità è forse più evidente nel campo della matematica, materia che ha il vantaggio di essere povera, e di non richiedere praticamente attrezzature specifiche. I nostri dipartimenti sono frequentati da studiosi che vengono da Paesi molto lontani fra loro; fa impressione la somiglianza del quadro psicologico di coloro che studiano un certo problema, qualunque sia la loro provenienza geografica. Non si può negare che, nel fare scienza, vi è un'impronta delle radici culturali di ciascuno: ma ben presto anche questi aspetti singolari diventano patrimonio comune di tutta la comunità scientifica.

Mi viene in mente, a proposito, un esempio “in negativo”, che riguarda i popoli così detti “in via di sviluppo”. È sempre di moda un certo “terzomondismo” che da un lato proclama l'equivalenza di tutte le culture, dall'altro riduce il problema del sottosviluppo alla questione economica, spesso in termini vagamente rivendicativi. Penso che queste idee siano fuorvianti e allontanino dalla soluzione del problema. Il punto più urgente mi pare proprio quello di fare in modo che tutti i popoli partecipino allo sviluppo dell'umanità, sviluppo in cui la componente scientifica è preminente, anche se la componente tecnologica è forse più appariscente. Certamente tutte le culture hanno grandi ricchezze umane, ma il pensiero scientifico non può essere posto su basi arbitrarie: le nostre radici remote provengono tutte da quella vicenda assolutamente unica che è stata la civiltà greca su cui si è inserito il dinamismo del Cristianesimo.

Mi venivano spontanee queste riflessioni qualche anno fa, mentre mi trovavo in Ecuador, paese dotato di grandi potenzialità ed anche di sufficienti mezzi di sussistenza, ma in cui si aveva quasi l'impressione, da tanti sintomi, di una sofferta estraneità rispetto al mondo di oggi. La contrapposizione di oggi non mi pare più quello di un tempo, fra sfruttatori e sfruttati, dal momento che oggi si può anche fare l'ipotesi inquietante di una società tutta immersa nel benessere, anzi una società in cui per una notevole parte di cittadini la perdita della consapevolezza e del ruolo di protagonista è compensata con un sovrabbondante benessere ed una relativa tranquillità.

In conclusione, solo Dio sa perché il ritorno del Signore, anziché essere immediato, come molte delle prime comunità cristiane credevano, si è protratto e si sta protraendo nel tempo. Ma certamente, in questo mistero anche quello stupendo prodotto dell'attività umana che è la scienza ha un suo ruolo.

E speriamo, forzando un poco la separazione galileiana, che anche la scienza possa aiutarci per andare in cielo.

(Giovanni Prodi)

Per chi voglia approfondire il tema, suggerisco il breve e chiaro saggio di Lodovico Galleni “Scienza e teologia” (Queriniana)