Perché rimanga un ricordo

I miei nipotini... è per loro che ho deciso di scrivere questa breve storia (che potrà, a Dio piacendo, essere seguita da altre storie e da altre riflessioni). Il rapporto nonni-nipotini è in se stesso patetico: il nonno sente che avrebbe desiderio e fretta di raccontare, ma si rende conto che il suo piccolo interlocutore non potrebbe capirlo o, se lo capisse, ne trarrebbe motivo di tristezza.

La storia che qui racconto è quella del mio passaggio dalla adolescenza alla piena giovinezza, sullo sfondo degli ultimi giorni della seconda guerra mondiale. Avrei potuto raccontarla prima, ma mi sentivo vincolato da una certa discrezione: adesso non più perché pochi sono ancora vivi di quelli che citerò in queste righe. Avevo compiuto 19 anni nell'estate del 1944 in Germania, nel periodo di istruzione militare; ero stato destinato alla divisione Italia. Eccettuati pochi volontari, eravamo tutti "disfattisti"; nella grande carta geografica d'Europa che era stesa nel refettorio mettevamo le bandierine sulle città conquistate dagli alleati. All'inizio del 1945 la divisione era attestata nell'alta Garfagnana. La compagnia Telefonisti, a cui appartenevo, si era insediata a Rometta Apuania, occupando la stazione ferroviaria che era chiusa. L'ambiente era così tranquillo che ci si poteva illudere che la guerra fosse già finita. Anche il tempo era bello; la primavera era in anticipo. Ricordo che potei fare il primo bagno il 19 marzo, nel fiume Aulella. La nostra vita era attiva: non era possibile essere pigri quando si era agli ordini del maresciallo Telesforo Pirola. Al mattino si caricava il materiale su un carrettino che veniva trainato dalla nostra cavalla Ulma e ci mettevamo a riparare le linee telefoniche; per Telesforo era come se fosse già cominciata la ricostruzione, a partire dai telefoni dello Stato. Veramente, ogni tanto si sentiva qualche colpo di fucile sparato dai partigiani, ma l'ordine di Telesforo era di non rispondere. "State tranquilli" ci diceva: "vedete: non sanno sparare".

La Pasqua quell'anno cadeva all'inizio di aprile; ricordo che Telesforo ci insegnò la Messa degli Angeli, che il giorno di Pasqua cantammo assieme alla gente del paese. Quella Pasqua fu il momento culminante, ma anche la fine della nostra situazione quasi magica di tranquillità. Nei giorni che seguirono, le armate alleate si mossero per dare la spallata finale, tanto attesa. Il comandante della nostra compagnia (capitano Givelli, di Pavia), uomo saggio e benvoluto da tutti, aveva già iniziato le trattative con i comandi partigiani, a cui certamente era noto che il nostro arruolamento era avvenuto sotto minacce per noi e per le nostre famiglie. Penso che una parte importante nelle trattative con i partigiani le abbia avute il nostro commilitone torinese Bertola. Questi era un personaggio fra i più singolari che io abbia mai incontrato. Era molto colto non solo nella fisica e nella matematica, ma anche in molti altri campi scientifici; io, che stavo per cominciare gli studi universitari e che ero già orientato verso la matematica, avevo molta ammirazione per lui. D'altra parte, questo Bertola era completamente trascurato nella persona, e rinunciava a quel poco di lotta contro i pidocchi che tutti noi soldati tentavamo di condurre, pur con poco successo. A differenza di tutti noi, si sottoponeva volentieri ai turni di guardia notturna. Fissava per ore il cielo stellato, che conosceva molto bene... Era disponibile per tenere delle piccole lezioni su temi scientifici. Ricordo che mi fece una volta un'esposizione molto interessante sulle forme tondeggianti che le pietre assumono rotolando sul letto di un fiume. Ma i turni di guardia notturni avevano anche un'altra utilità: gli consentivano di mettersi in comunicazione con i partigiani senza farsi notare.

Così, ad un certo punto, a seguito delle trattative di Bertola, una parte molto consistente della compagnia, con il comandante in testa, raggiunse la brigata partigiana, sulle colline vicine. Il piano di Bertola era quello di portare con i partigiani tutta la compagnia, ma, come mi aveva confidato, il piano esigeva l'eliminazione di Telesforo perché - secondo le sue valutazioni - non si sarebbe lasciato intimidire e avrebbe dato l'allarme. Io fui sdegnato da quella proposta; ma non ero io solo. Così una parte della compagnia rinunciò a prendere iniziative e preferì aspettare gli eventi, tanto più che avevamo avuto notizie cattive del trattamente ricevuto dai nostri compagni passati con i partigiani: ci fu riferito che essi erano stati immediatamente disarmati e trattati come prigionieri, o peggio.

Qui apro una breve parentesi sul tipo di educazione che durante il periodo fascista riceveva un giovane nell'ambiente dell'Azione Cattolica, che era stato l'ambiente formativo sia di Telesforo che mio. Non ci venivano trasmessi messaggi di tipo sociale o politico, dal momento che il fascismo pretendeva il monopolio assoluto in quei settori: questa carenza di formazione rese difficile e angoscioso il prendere certe decisioni di carattere strettamente politico, durante il periodo della resistenza e del primo dopoguerra. In compenso, ci erano stati dati dei principi molto saldi di morale individuale e interpersonale. In quegli ultimi ma terribili giorni di guerra, per la prima volta venni a contatto con comunisti. Penso che Bertola fosse uno di loro. Quello che mi impressionava in loro era la giustificazione di ogni delitto, pur di raggiungere il loro scopo. Ma il giudizio più profondo per capire quanto succedeva attorno a me mi sembrò quello che avevo sentito dalla professoressa di filosofia di seconda liceo, Gina Costa Caccialupi: "Gli italiani, in politica, possono essere rossi, neri, gialli, ecc... ma, prima di tutto, sono del partito di Machiavelli".

Il capitano Gibelli fu sostituito al comando della compagnia dal capitano Petrozzi. Conoscevamo già questo ufficiale e lo temevamo: più che un fascista, mi sembrava un militarista fanatico. Qualche tempo prima, quando il battaglione era ancora in provincia di Parma, si era proposto di abbattere uno dei caccia-bombardieri americani che pattugliavano costantemente la strada della Cisa. Fece scavare una trincea e mise all'agguato due giovani volontari, armati di una mitragliatrice leggera; una vecchia "Balilla" in disuso doveva servire da esca. Ma i piloti del caccia-bombardiere fiutarono l'agguato e rovesciarono una tale quantità di fuoco, che i due giovani si salvarono a mala pena, acquattati sul fondo della trincea.

C'era dunque poco da sperare dal nuovo comandante. Quello che restava della nostra compagnia fu trasferito a Fivizzano; lo spostamento era di pochi chilometri, ma indicava con chiarezza un piano di ritirata attraverso il passo del Cerreto. A quel punto la storia subisce una accelerazione e si fa tragica; racconterò sia fatti che vidi di persona sia fatti che mi furono raccontati da testimoni concordi.

Nei pressi di Rometta c'era una stalla dove si riunivano, la sera, gli abitanti del luogo per scambiarsi notizie o barattare generi di consumo. In una di queste sere entrò nella stalla anche Bertola: era dotato di grande coraggio e di incredibile sangue freddo; ma dopo poco entrò anche il Capitano Petrozzi, che stava facendo un pattugliamento in caccia di soldati passati ai partigiani. Bertola non si scompose e cominciò a parlare: "Signor Capitano..." ma il Capitano lo fulminò con una raffica di mitra. Il pattugliamento del Capitano provocò anche un altro episodio che ci sprofondò nell'angoscia: la cattura di un nostro commilitone, che non si era reso conto del pericolo che correva con questo cambio di appartenenza. Si chiamava Damiano Sassanelli, di Bari. Questa volta il Capitano Petrozzi preferì la messa in scena di un tribunale militare vero e proprio. Per qualche giorno il povero prigioniero veniva prelevato dalla sua prigione e portato in una specie di tribunale improvvisato, dove subiva l'interrogatorio del capitano, sotto la minaccia delle armi.

L'angoscia ormai era incontenibile. Mi domandavo se non sarebbe stato mio dovere mettermi a sparare all'impazzata (ero sempre armato...) Per fortuna, mantenni la calma, forse ricordando le norme che la saggezza popolare suggerisce quando si tratta con pazzi. Certamente pregavo con tutta l'intensità di cui ero capace. E nella seconda o terza sessione il processo fu interrotto da schianti spaventosi: l'artiglieria americana batteva ormai il paese! Penso che mai una pioggia di granate sia stata accolta con tanta gioia dai destinatari. Si compiva poi anche in questo caso un'esperienza che mi avrebbe accompagnato durante la giovinezza: in tutti i momenti cruciali la preghiera era esaudita. In pochi minuti - il tempo di infilarsi lo zaino - tutto quello che restava della compagnia telegrafisti era in fuga: scappava il prigioniero, appena allacciate le stringhe agli scarponi. Scappava - e ne aveva tutte le ragioni - il Capitano Petrozzi. Tutti scappavano, a piccoli gruppi, ma verso dove?

La strada del Cerreto non era percorribile perché un ponte era stato fatto saltare dai partigiani: così non poteva realizzarsi il mio piano di puntare direttamente sulla montagna reggiana. Non c'era che da avviarsi verso la strada della Cisa. La nostra ritirata doveva incominciare con un avvicinamento alle linee degli Alleati, da cui ci veniva somministrato un imponente fuoco di artiglieria. Il culmine del pericolo fu raggiunto quando arrivammo al punto in cui dalla strada del Cerreto si stacca la strada che va verso l'alta Garfagnana. Tutti sanno - e se non lo sanno lo imparano rapidamente - che, quando si è sottoposti al fuoco dell'artiglieria e ci si deve muovere allo scoperto, occorre superare il punto critico proprio nella fase in cui il cannone viene ricaricato. Tentai anch'io di fare così ma il cavallo che conducevo si impuntò. Stavo perdendo secondi preziosi quando mi giunse un grido pronunciato con accento romanesco: "Vai via, se no ammazzano pure te". Mi accorsi allora che c'era un soldato ferito, che giaceva ai bordi della strada: spinsi come potei il cavallo, che finalmente si sbloccò. Il peggio sembrava passato; pensai che occorreva soprattutto fare svelto, per sottrarmi ai pericoli. Decisi allora di montare a cavallo io stesso. Era la prima volta che andavo a cavallo; ma non avevo tenuto conto di una circostanza importante: che il cavallo aveva fame. Così la brava bestia cominciò a superare con un salto il fosso per dirigersi verso un prato. Peggio ancora fu quando, per brucare l'erba, incurvò paurosamente il collo: a quel punto non mi restò che scendere aggrappandomi alla criniera. Dopo aver tolto dalla groppa alcuni oggetti che avrebbero potuto essere utili, lasciai il cavallo al suo destino. L'oggetto di cui mi sbarazzai più volentieri fu il fucile, per cui gli istruttori tedeschi avevano vanamente cercato di istillarci un culto sacrale.

Arrivato rapidamente alla periferia di Aulla, mi si presentò un quadro orribile: molti cadaveri di fascisti o presunti tali erano stati abbandonati ai bordi della strada: forse vittime di vendette, o forse, vittime di una vigliaccheria che cercava di farsi meriti senza più rischi. Cominciò così l'attraversamento di Aulla: ci spostavamo, con la maggiore rapidità possibile, da una casa all'altra, sotto il fragore, ormai ben noto, delle granate a cui si aggiungeva quello dei caccia-bombardieri. Finalmente ci trovammo sulla strada nazionale della Cisa, sotto il riparo del terrapieno della linea ferroviaria. A questo punto sentimmo colpi di arma da fuoco che venivano da distanza abbastanza notevole: probabilmente dalla riva Nord del Fiume Magra. Se non avessimo reagito, i partigiani sarebbero venuti a fare ancora una strage. In quel momento rimpiansi il mio fucile lasciato chissà dove. Fortunatamente, un tenente della mia compagnia non aveva buttato il suo mitra; bastò una raffica a casaccio per far perdere il coraggio agli assalitori. Da parte mia, decisi di riarmarmi nuovamente, con il primo fucile abbandonato che trovai.

La strada, con i suoi lunghi rettilinei, era del tutto esposta agli attacchi degli aerei. Mentre noi, fanti sciolti, potevamo, all'arrivo degli aeroplani, cercare qualche rifugio improvvisato, i tedeschi con i loro camion andavano avanti più velocemente possibile, finché una raffica del caccia-bombardiere toglieva loro ogni speranza. Era drammatica l'espressione con cui gli autisti dei camion si rivolgevano ai soldati appiedati per sapere se sentivano rumore di aeroplani, che non era percepibile da loro a causa del rumore della strada. Se fossero stati italiani, avrebbero lasciato il camion e salvato, con tutta probabilità, la pelle; ma erano tedeschi...

A questo punto, mi manca l'idea precisa del tempo; non ricordo più per quanto tempo abbiamo camminato su quella strada infernale. Finalmente siamo a Pontremoli e ci buttiamo a terra a dormire. Arriva l'alba, ma il sonno è così forte che continuiamo a dormire. Gli aerei americani passano numerosi, ma non ci fanno nulla. Finalmente, la sera comprendiamo il motivo di questo strano comportamento. Gli aerei del giorno sono ricognitori che ci osservano in lungo e in largo. Con l'oscurità comincia un bombardamento senza tregua, per tutta la notte; ci rifugiamo nella galleria della ferrovia, dove continuiamo il nostro riposo. Arrivata la sera, riprendiamo il cammino verso il passo della Cisa; ormai siamo del tutto sbandati, ma camminiamo silenziosi con una sensazione nuova. Superare il valico è come entrare in una fase nuova della nostra vita, di cui intuiamo la bellezza e le possibilità.

A Fornovo le strade sono piene di una folla in tripudio. Ritroviamo una famiglia che già ci aveva accolto con calore e simpatia al nostro primo passaggio. Da questi amici accetto volentieri un vestito borghese. Rimane un problema: quello del fucile. I miei rapporti con il mio fucile, come ho spiegato, sono stati di umore variabile; tali erano destinati a rimanere per tutta la vita. Non sono mai stato un'"aquila", ma le tesi di certe "colombe" mi sono parse molto pericolose.

La decisione presa a Fornovo fu, comunque, la peggiore possibile: conservare il fucile, malgrado gli abiti borghesi. Appena mi fui rimesso in cammino per Parma, fui bloccato da un maresciallo tedesco che mi puntò la pistola alla testa e rimase in quella posizione a lungo. Alla fine, con un'espressione di disgusto, mi lasciò andare. Forse aveva - finalmente - maturato il pensiero che la guerra era finita ed era inutile insistere. Ma questo episodio mi rivelò che i miei nervi erano a pezzi e che dovevo assumere un atteggiamento coerente. Mi resi conto che il problema più urgente era quello di disfarmi del fucile Mauser. Raggiunsi perciò un ruscello vicino e abbandonai senza rimpianto il fucile fra le pietre e la corrente. Tutto sembrava avviato al meglio quando mi giunse un borbottio di voci: rimasi in ascolto, fermissimo. Parlavano italiano. Mi resi conti che si trattava di fascisti che stavano preparando un'ultima inutile difesa. Mi allontanai allora, con passi sempre più fitti e lunghi.

Indubbiamente, non aveva senso rischiare la vita. Decisi allora di presentarmi ad un comando di partigiani (ce n'erano tanti nella zona!). Fui preso come prigioniero e fui portato alla Certosa di Parma. Potei mandare un breve messaggio alla mia famiglia ed ebbi la grande gioia di rivedere mia sorella, Maria Pia, che era venuta da Reggio in bicicletta.

L'unica manifestazione collettiva a cui, mio malgrado, dovetti partecipare, fu la sfilata per le vie di Parma in occasione del primo maggio. Capii concretamente la consuetudine in voga negli eserciti antichi di fare sfilare i prigionieri dopo il carro del generale trionfatore. Devo attestare, peraltro, che non mi capitò di subire violenze o di assistervi, al contrario di ciò che accadde in altre città. Noi giovani che eravamo stati semplicemente obbligati a rispondere alla coscrizione della "Repubblica Sociale Italiana" speravamo di ritornare presto alle nostre case. In realtà, c'erano buone ragioni per cui questa operazione dovesse essere abbastanza lunga e avesse una sede destinata a divenire abbastanza importante: Coltano.

In una giornata molto calda del maggio fummo stipati dapprima su un camion e poi (nei tratti in cui la ferrovia era stata ripristinata) su carri ferroviari. Non ci fu dato né da mangiare né da bere, così che la sete divenne tormentosa. I soldati brasiliani che ci sorvegliavano potevano senza difficoltà riempire le gavette di acqua al prezzo di mille lire l'una. A notte fonda arrivammo al campo di Coltano; non c'era bisogno di sorvegliarci: ci bastava farci sapere che di là dai cancelli c'era acqua (anche se satura di cloro) perché tutti ci precipitassimo dentro. Nei primi giorni di prigionia la durezza dei rapporti umani fu bestiale: per un nonnulla si facevano liti e pestaggi furiosi. A poco a poco emerse, almeno in alcuni, una certa lealtà e generosità. Era praticamente impossibile non litigare nelle lunghe code per il rancio o la doccia, ma per me era importante come si comportava l'avversario nel litigio; così, a volte, poteva accadere di cominciare a contendere con accenti molto aspri, per finire con una stretta di mano. Nei primi tempi, il numero dei prigionieri detenuti nel campo di Coltano continuò a crescere; quasi tutti quelli che erano stati nella Divisione Italia finirono per raggiungerci. Io fui contentissimo quando vidi arrivare Telesforo Pirola, di cui mi mancavano notizie, con il suo volto arguto e cordiale. Non era fatto per l'ozio, nemmeno in campo di concentramento; gli ufficiali americani che comandavano il campo erano stati informati delle sue straordinarie capacità di artigiano musciale, e gli affidavano ogni sorta di strumenti da riparare o da restaurare. Telesforo veniva compensato "in natura" con qualche sigaretta e con due gavette quotidiane di "pappina", che mi sembrava deliziosa. Questo prezioso cibo veniva quasi tutto riservato a me e ad un compagno, giovane quanto me. Così, malgrado le razioni di viveri fossero scarse (o, forse, fossero deviate verso altri impieghi) arrivai alla fine della prigionia in buone condizioni fisiche. Ma il vero rito di amicizia era quello della fumata collettiva della sigaretta (si trattava appunto delle sigarette che Telesforo portava). Io non ero fumatore, ma i miei amici esigevano che partecipassi al rito; tuttavia, dopo il primo colpo di tosse, venivo esonerato dal proseguire.

Ci sarebbero tante cose da raccontare riguardo alla mia prigionia, che si protrasse per tutta l'estate del 1945: può darsi che mi decida a fissare qualche ulteriore ricordo. Comunque, qui voglio accennare all'aspetto che mi sembra il più importante. Nel nostro settore del campo, veniva celebrata ogni giorno la Messa. Circolavano inoltre ottimi libri di spiritualità cristiana. Ripensando alle mie vicende, vedo l'importanza di questo lungo periodo di "Esercizi spirituali" situato fra l'adolescenza e la piena giovinezza. In quel periodo stabilii anche amicizie che durarono a lungo. Quei mesi non furono del tutto sprecati neppure sotto il profilo degli studi. Infatti, la mancanza di maestri e di libri mi spinse a spremere il massimo dalle poche nozioni che avevo potuto apprendere occasionalmente.

Giovanni Prodi: Estratti/Gli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale (last edited 2014-07-06 16:21:52 by Pietro)